Harara

Nel deserto del Ténéré il sole è alto e cattivo e quando arriviamo sul limitare dell’immenso tavolato, tutto sembra irreparabilmente destinato a sciogliersi in quella fornace di sassi e cielo.

-Tu sei stato fortunato, uomo.
La voce femminile ha parlato in inglese, ma Didier non se ne cura, perché quel tu e quel dito affusolato luccicante d’argento puntato verso di lui gli ha riportato alla memoria tutto quanto.
-Laurent…
-Lui non aveva la tua fortuna, uomo, Il tuo compagno era troppo debole: harara lo ha ucciso.
-Harara?
-Sì, la febbre.

Didier si sveglia da una febbre che lo ha tenuto tra la vita e la morte per tre settimane. Febbre causata probabilmente dalla puntura di un insetto mentre con l’amico Laurent riposava nell’oasi di Haba. Ricorda vagamente l’amico morto accanto a sé e decine di altri cadaveri tutti intorno.
A curare Didier ci hanno pensato a Ibya, capo tribù Tuareg e Sharifa. Con loro, Didier si unisce alla carovana in viaggio e grazie alle loro cure si ristabilirà.

Ciò che resta dell’Africa occidentale è una stretta lingua di terra pianeggiante, di poche centinaia di chilometri. Il mare, la grande marea, ha già inghiottito mezza Europa, le coste americane dell’est e le isole del Pacifico, si sta prendendo anche il continente nero. Il sole sta tramontando e a vederlo pare quasi che sia l’oceano a inghiottirlo.
-La grande marea.-

Ecco il motivo per cui gente di tutto il mondo sta lavorando in quel deserto, sta attraversando e scavando, per un grande progetto.
La grande marea ha reso gli ingegneri ricchi come petrolieri, le loro abilità vengono pagate più delle residue riserve di greggio. A Eunjin toccherà anche un vasto lotto di terreno nel nord del Sahara, una volta terminata la barriera e reso fertile il terreno con gli impianti di desalinizzazzione.
Gli hanno detto che quel deserto non appartiene a nessuno, che nessuno abita le dune di sabbia.

E invece, il deserto è vivo e abitato, attraversato dalle colonne di cammelli ornati con finiture dorate che portano in sella i Tuareg, che oltrepassano villaggi di capanne coperte con foglie di palma.
Ma gli uomini arrivati per prendersi quella terra sembrano dimenticarlo, nonostante i Tuareg facciano di tutto per far valere le loro ragioni e il loro diritto al territorio, continuano indifferenti, sui cadaveri dei molti che li combattono. C’è bisogno di una tregua, di un segno di pace e sarà Didier a consegnarlo a chi non intende ragioni.
Didier, che nella sua tenda riempie gli occhi e il desiderio davanti alla danza di Sharifa, la donna di cui non potrà più fare a meno.
Didier, che ha visto l’oasi di Haba che non è segnata sulla mappa e, gli dice Ibya durante un cerimoniale berbero del tè:
Haba è un luogo, ma che esista davvero su questa terra è tutta un’altra storia. Potresti trovarla a occhi chiusi o potresti passare la tua vita a cercarla invano.
Didier che a Haba ci torna con Ibya e Sharifa e che accetterà di essere messaggero di pace per quella che, ormai, è diventata la sua gente.
O almeno, così crede.
Colori, profumi dell’Africa, caldo e polvere, tende ricoperte di pelli di mufloni, un fuoco a riscaldare la notte, sono gli ingredienti che completano il racconto e non stupitevi se frugandovi in tasca, dopo averlo letto, ci troverete un po’ di sabbia dell’oasi di Haba.

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